PIANO PASTORALE PER LA DIOCESI DI TIVOLI
PER IL TRIENNIO 2004-2007
 

Come Maria, Vergine fatta Chiesa!
Annunciare il Vangelo, oggi, nel nostro tempo, alla nostra gente.


I . Identità e missione della nostra Chiesa
 
In ascolto della parola di Dio: una lettura di fede.
Tutta centrata sul mistero dell’Incarnazione del Verbo, la vita cristiana è una continua attualizzazione del “sì” che ha attratto Dio nel mondo. Il vangelo di Luca, raccontandoci il grande avvenimento dell’annunciazione (1,26-38), ci presenta Maria come figura di ogni credente e della Chiesa intera.
La nostra chiesa tiburtina può cogliere da Lei l’immagine concreta, realizzata e compiuta di una identità e di una missione: ciò che è avvenuto per Lei è anche ciò che deve accadere per ciascuno e per tutti: Dio attende il nostro “sì” perché sempre di nuovo possa essere accolto e generato in noi il Verbo da cui tutto ha principio. Come Dio ha trovato casa in Maria così Egli oggi vuol trovare casa in noi perché anche per il nostro tempo e per la nostra cultura, il Verbo si faccia carne e abiti in mezzo a noi.In Maria e nella Chiesa, si realizza l’incontro che Dio ha cercato da tutta l’eternità; il momento in vista del quale iniziò il tempo, coronamento del sogno d’amore di Dio, premio del suo lavoro, ricompensa alla sua fatica. Finalmente dalle profondità della sua creazione che si era allontanata da lui, si innalza un “sì” capace di attirarlo. E Lui viene, si unisce a noi e si compromette per sempre. Questo, sempre di nuovo accade nella Chiesa.
Il racconto di Luca 1,26-38 inizia con l’angelo “mandato” (= apostolo) e termina con l’angelo che parte. L’angelo è la presenza di Dio nella sua parola annunciata. La nostra fede nella parola del Signore accoglie il Signore stesso e ci unisce a Lui: possiamo davvero dire che la Parola si fa carne in noi, senza lasciarci più e l’angelo può andare ad annunciarla ad altri, fino a quando il mistero compiutosi in Maria giungerà a compimento nell’umanità intera. La salvezza di ogni uomo è, in qualche modo, diventare come Maria, dire sì alla proposta d’amore di Dio, dare carne in se stesso al Verbo eterno che viene in mezzo a noi, generare al mondo il Figlio.
Questa è l’identità della Chiesa e la fonte della sua missione di annuncio evangelico nel mondo e di qui nasce sull’esempio della pedagogia di Dio la pedagogia della Chiesa inviata ad annunciare a tutti il messaggio lieto della salvezza.
Alla base della vita di fede c’è una catena ininterrotta di trasmissione del messaggio evangelico di generazione in generazione. Dice l’apostolo Paolo: “Io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso”(1Cor 11,23). E ricorda a Timoteo: “Tu rimani saldo in quello che hai imparato e di cui sei convinto, sapendo da chi l’ hai appreso e che fin dall’infanzia conosci le sacre Scritture: queste possono istruirti per la salvezza che si ottiene per mezzo della fede in Cristo Gesù”(2 Tim 3,14-15). Una trasmissione di fede che passa attraverso la testimonianza della famiglia: “Mi ricordo infatti della tua fede schietta, fede che fu prima nella tua nonna Loide, poi in tua madre Eunice e ora, ne sono certo, anche in te”(2Tim 1,5) e della comunità ecclesiale nelle sue molteplici componenti.         Gli anelli di tale catena appartengono ad una storia di salvezza sempre in atto che ha avuto il suo culmine “nella pienezza del tempo” quando “Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli”(Gal 4,4-5).
Cristo Gesù è dunque al centro di questa storia; è il Centro della storia; è la Via che porta all’incontro con il Padre; è la Verità, il Verbo, la Parola definitiva pronunciata dal Padre; è la Vita che si dona a quanti credono in Lui. Gesù ha compiuto la missione affidatagli dal Padre che ha il suo culmine nel mistero pasquale di morte e risurrezione. Sulla croce egli attira tutti a sé e nella sua elevazione sul mondo e sulla storia mostra e realizza il superamento di tutti i limiti propri del mondo e della storia, vincendo con la sua morte e risurrezione il peccato e il male e sconfiggendo in maniera definitiva la potenza del Maligno.
La missione propria del Cristo Signore passa alla sua Chiesa: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20,21); “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato”(Mc 16,15-16); “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra”(At 1,8). “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano”(Mc 16,20).
Questa missione non si è mai interrotta di generazione in generazione e si è progressivamente estesa fino agli estremi confini della terra con alterne vicende: terre e popoli che avevano ben presto portato frutti generosi di vita e di testimonianza cristiana a volte hanno perduto quasi del tutto ogni riferimento a Cristo e al suo Vangelo; popoli e terre che invece per secoli hanno ignorato il messaggio del Vangelo, poi hanno avuto la meravigliosa esperienza di una fede ricca di frutti: la fede è dono e non esiste garanzia per nessuno che essa non possa venir meno e perdersi. Questo vale anche per noi e per la nostra gente.Non possiamo infatti dimenticare come anche le tradizioni più sentite possono affievolirsi e svanire nel nulla se non ci aiutiamo a vicenda a vivere la nostra fede negli ambiti della vita di tutti i giorni con una speciale attenzione alle concrete condizioni di vita delle persone. Ciò chiede di curare maggiormente l’aspetto comunicativo e dialogico della fede con una sua più chiara visibilità attraverso linguaggi e forme nuove che sappiano veicolare efficacemente i contenuti di sempre. 
In ascolto della storia: una lettura della situazione
 
 Il nostro tempo
Il nostro tempo è tempo di cambiamenti culturali epocali. Viviamo in una trasformazione velocissima e sempre in atto che ci interpella e ci inquieta perché spesso non solo non riusciamo a padroneggiare questi cambiamenti, ma neppure riusciamo a capirne il come e il perché.
Viviamo in un pluralismo culturale e sociale impensabile solo alcuni decenni fa; un pluralismo che si accompagna ad una vera e propria frammentazione dei valori che, pienamente condivisi da tutti, nel passato, oggi sono interpretati in maniera diversa e contrastante, tanto che spesso, anche se sembra di parlare delle stesse cose perché si usano gli stessi termini, tali termini però hanno ormai contenuti molto diversi a seconda dei riferimenti e delle appartenenze culturali. Basti per questo pensare a valori come quello della vita, della dignità della persona, della famiglia, della solidarietà, della pace e della libertà.
Diverse sono pure in ogni ambiente le proposte religiose e non solo per la forte presenza in mezzo a noi di immigrati non cattolici e non cristiani, ma anche per il progressivo aumento di agnostici e di indifferenti. Paradossalmente se da una parte sembrano meno virulenti le opposizioni esplicite alla fede cristiana, diventano sempre più pericolose quelle prese di distanza che relegano il cristianesimo nella sfera esclusivamente privata della coscienza o che lo bollano di insignificanza per il mondo d’oggi. Insieme a tutto ciò sembra poi crescere in maniera esponenziale l’ignoranza religiosa tra gli stessi cattolici, tanto che qualche volta più che parlare di fede cristiana cattolica si potrebbe più realisticamente parlare di religiosità rivestita di riferimenti cristiani e cattolici.
Da tutto ciò non può che nascere disorientamento e perdita di identità cristiana accentuati da un individualismo sempre più esasperato, che è una delle caratteristiche del nostro tempo e della nostra cultura, accompagnato, paradossalmente, da un sempre nuovo risorgente bisogno di incontro e di esperienza di vita comunitaria.Se da una parte, anche nel piccolo della vita quotidiana, subiamo e insieme possiamo giovarci degli effetti della globalizzazione, che ci spalanca il mondo intero, dall’altra parte non manca la chiusura nel proprio “particolare” con il risultato della carenza o della difficoltà ad avere una visione unitaria del vivere e dell’agire nella cultura e nella società odierna. Va sottolineato che spesso la nostra compagine ecclesiale risente di queste condizioni socio culturali.A tutto questo si aggiunge la difficoltà oggettiva a sapersi confrontare con serenità con modelli di vita diversi da quelli che tradizionalmente ci connotavano: non manca la chiusura preconcetta a questo necessario confronto, come non manca l’acquiescenza supina e passiva che tutto svilisce e appiattisce al minimo. 
 Il nostro territorio
Per comprendere come annunciare in modo adeguato Gesù e il suo Vangelo oggi, è pure necessario essere capaci di leggere il nostro territorio e capire l’identità culturale della nostra gente. La conformazione stessa della nostra Diocesi domanda risposte diverse a seconda delle zone in cui operiamo. Il territorio della città di Tivoli, quello della piana fortemente urbanizzata, o della montagna a ridosso della città, e della alta valle dell’Aniene che già faceva parte della Abbazia Territoriale di Subiaco, hanno origini e caratteristiche molto diverse le une dalle altre che non possono essere dimenticate o sottovalutate in una seria programmazione pastorale.
A zone che hanno un lungo e ricco retaggio di tradizioni e sentono in maniera fortissima la propria appartenenza e il proprio radicamento in quelle tradizioni, corrispondono zone in cui tutto ciò è quasi del tutto assente perché i “luoghi della vita” non sono i luoghi in cui si abita: lavoro, studio, divertimento, relazioni interpersonali sono altrove rispetto al quartiere in cui si ha la residenza anagrafica. Nello stesso tempo le zone a forte tradizione sono quelle più spopolate, mentre quelle più popolate sono proprio le zone in cui l’appartenenza è debole o inesistente ed è sempre più difficile suscitare una autentica vita comunitaria.
Alla perdita di spazio o all’isolamento inarrestabile delle comunità di vecchia fondazione, in campo sociale corrispondono analoghe grosse difficoltà delle nuove parrocchie ad inserire il messaggio di cui sono portatrici in contesti frammentati e dispersi. A ciò si aggiunge la sensazione diffusa di una specie di “latitanza” della Chiesa sia nel quotidiano che nello straordinario così che la vita di fede appare sempre più ai margini della vita sociale.
Per motivi diversi, i risultati però sono quasi gli stessi: ovunque si hanno “contenuti deboli” e la vita comunitaria è sempre più difficile. Al Convegno Ecclesiale di Palermo il Papa ricordò che il nostro non è il tempo della semplice conservazione dell’esistente, ma della missione. E’ solo andando come Pietro (cfr. At 3,6) incontro ai fratelli, lontani e diversi, senza oro ed argento, né spade e corazze, che la Chiesa esercita il suo ministero di salvezza.
Una difficoltà che non è solo della vita ecclesiale, ma che è propria anche della vita sociale e civile: non sono pochi i responsabili delle pubbliche amministrazioni che lamentano una crescente difficoltà a gestire fenomeni sociali sempre più complicati tanto da diventare ingovernabili (basti pensare ai fenomeni della disoccupazione giovanile e non solo giovanile, come pure alle tante forme di devianza quali manifestazioni di un disagio sempre più pesante).
A questo proposito sarà utile far tesoro di due inchieste che si sono concluse recentemente: una a cura della Commissione per la Pastorale Sociale e del Lavoro per quanto concerne il mondo del lavoro e una a cura della Parrocchia di San Michele Arcangelo in Tivoli a proposito della condizione giovanile. 
II . Urgenze e sfide per la nostra Chiesa
 
La nostra Chiesa
Per parlare di Chiesa in modo autentico c’è bisogno di non dare per scontate quelle che sono state le acquisizioni del Concilio, ma che non sempre sono diventate esperienza di vita nelle nostre comunità. Basti pensare alle categorie di “Popolo di Dio” (cfr.Lumen Gentium 4), di “comunione ecclesiale” (cfr. Novo Millennio Ineunte, 43: fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione!), di “ministerialità ordinata, istituita o di fatto”, di “ruolo dei laici nella Chiesa”, di “missionarietà”; categorie che necessitano di una approfondita e rinnovata acquisizione.Qualche volta si ha l’impressione che anche in campo ecclesiale, dove tutto è comunione ad immagine della Trinità, ci si fermi o ci si “specializzi” sulle singole individualità proprio a scapito di quella unità che, insieme alla santità, alla cattolicità e alla apostolicità, è segno distintivo della Chiesa.E’ quindi necessario ricondurre ad una visione unitaria di alleanza e di comunione in Cristo tutte le nostre attenzioni alle singole realtà ecclesiali: laici, presbiteri, religiosi e religiose, diaconi permanenti, ministri istituiti, catechisti, pur nella loro specificità hanno bisogno di essere considerati e valorizzati sempre all’interno dell’unico Popolo del Signore. Un Popolo, Corpo di Cristo, Chiesa di Dio, dove ogni dono e ogni carisma deve poter avere la propria collocazione e deve poter esprimere il proprio servizio e la propria missione per la crescita comune (cfr. 1Cor) sia a livello di singoli che a livello comunitario.
Da qui l’attenzione specifica - azione pastorale - ai vari ambiti dell’agire e del vivere ecclesiale: giovani, famiglie, lavoratori, vita sociale e politica, vocazioni, nuove e vecchie povertà che impegnano la carità dell’intera comunità credente; scuola e cultura, ecumenismo e dialogo interreligioso, salute e comunicazioni sociali, religiosità popolare e tradizioni religiose locali, missioni ad gentes; con in più la capacità di cogliere gli impulsi inediti dello Spirito attraverso confraternite, associazioni, movimenti e gruppi ecclesiali vecchi e nuovi.Da una attenzione mirata ai vari ambiti di vita non può che nascere una sempre più articolata azione pastorale che tuttavia non può frastagliarsi in forme autonome e indipendenti l’una dalle altre, ma che articolandosi in maniera ampia, nello stesso tempo deve cercare un sempre più stretto coordinamento e una più profonda collaborazione organica per manifestare sempre più l’unità ecclesiale. 
Zone pastorali e/o Vicariati
Per rispondere in maniera adeguata ai bisogni del nostro territorio diocesano così diversificato esso è diviso in Vicariati e Zone che in qualche caso coincidono e in altri casi si intersecano. Che cosa privilegiare? E’ il caso di conservare la doppia divisione o far coincidere Zone e Vicariati? E’ poi da rivederne il numero e la composizione? In qualche caso ci sono già delle richieste esplicite di riconsiderare l’appartenenza di qualche parrocchia ad una Zona o ad un Vicariato piuttosto che ad un altro. A questo interrogativo occorre dare una risposta chiara perché queste strutture pastorali acquistino sempre più la capacità di offrire una mediazione efficace che permetta un più unitario collegamento tra le singole comunità parrocchiali e l’intera chiesa diocesana.Qualunque possa essere la configurazione di queste strutture pastorali, rimane indispensabile favorire la conoscenza delle problematiche del territorio, così come è pure indispensabile superare le forti disomogeneità dello stile pastorale che a volte differenziano parrocchie contigue. Ciò postula un maggiore coordinamento pastorale quale frutto di comunione più profonda fra le varie comunità, ed una più attenta e costante “formazione permanente” dei presbiteri.E’ ovvio che non si tratta soltanto di favorire iniziative pastorali comuni come ad esempio per la preparazione dei giovani alla vita di famiglia, per la pastorale giovanile, per servizi condivisi che le singole comunità non riescono ad attivare o per scambio di aiuto tra presbiteri e comunità vicine: si tratta in realtà di far crescere uno stile nuovo in cui si impari a pensare insieme prima ancora che a lavorare insieme e non solo tra presbiteri, nelle riunioni di Vicariato o di Zona, ma anche tra presbiteri e laici in quelli che potrebbero diventare Consigli Pastorali di Zona o di Vicariato, quale premessa importante per giungere alla costituzione del Consiglio Pastorale Diocesano.
Una prassi più consolidata di assemblee ecclesiali e di occasioni per un confronto all’interno dell’intera compagine diocesana non può che favorire la consapevolezza dell’appartenenza all’unica Chiesa locale, l’esercizio dei vari doni e carismi che lo Spirito elargisce sempre con abbondanza a tutto il popolo cristiano ed una ministerialità più diffusa, capace di mostrare il volto di una Chiesa che accoglie sempre tutti e che a tutti offre la possibilità di crescere fino alla statura della piena maturità del Cristo. 
La Parrocchia
Parlare di Zone e di Vicariati non significa sottovalutare il ruolo della Parrocchia che rimane decisivo e fondamentale: Zone e Vicariati, infatti non sono e non possono essere considerati delle super parrocchie. La Parrocchia è la Chiesa presente e radicata nel territorio, quale Casa di Dio e della Comunità cristiana fra le Case degli uomini. Da una visione giuridico-geografica della Parrocchia si è passati ad una visione più teologica e pastorale: si è passati infatti dalla parrocchia come territorio alla parrocchia come porzione del popolo di Dio che vive su quel territorio. In effetti, mentre un tempo, specie nei piccoli centri, la Parrocchia si identificava con il paese stesso, oggi questa identificazione non corrisponde più. Così come sono molti i casi di parrocchie “elettive”, dove l’appartenenza non è data dal territorio, bensì da altri fattori.Soprattutto poi è cambiato lo stile di far parrocchia. Questa non può essere soltanto la “stazione di servizio” in cui si erogano servizi religiosi e sacramentali; essa è chiamata a diventare vera e propria comunità dove ogni battezzato partecipa alla sua vita e alla sua missione e dove ciascuno è chiamato a svolgere la propria ministerialità a seconda della vocazione ricevuta per lo sviluppo di una vera e propria missionarietà così che il Vangelo di Gesù possa giungere a tutti.La parrocchia può diventare così il luogo d’incontro e di valorizzazione dei talenti di ciascuno e in cui, in concreto, ciascuno può svolgere il suo ruolo ministeriale, recuperando alla parrocchia stessa una centralità che non di rado rischia di stemperarsi per la generale perdita di identità delle varie realtà ed istituzioni tipica del nostro tempo ed anche per le spinte centrifughe che non di rado provengono dalla presenza di nuove realtà associative e di movimenti ecclesiali che rispondono a logiche diverse rispetto a quelle che si incarnano nell’esperienza della parrocchia.E questa centralità potrà essere ritrovata se gli stessi nuovi gruppi e movimenti si impegneranno a rendere più viva e più ricca la chiesa locale, contribuendo anch’essi a far sì che la parrocchia sia davvero il “grembo” generante la fede, la “casa” in cui si cresce in un sempre più forte e coinvolgente incontro con il Signore, si impara a viverla nella comunione e ci si impegna a testimoniarla in una vita che si fa missione.Ciò esige una sempre rinnovata “conversione pastorale” che è prima di tutto “conversione di mentalità” e “conversione spirituale” (cfr.CEI, Comunicare il Vangelo in un Mondo che cambia, 46). E questo per essere capaci di realizzare l’invito del Papa: “Duc in altum”(cfr. Novo Millennio Ineunte, 1).E si tende “verso l’alto e verso il largo” con un più attento ancoraggio alla Parola di Dio; una più motivata consapevolezza circa la vita sacramentale e la vita liturgica; una più esplicita e coerente condivisione di carità per andare incontro alle vecchie e alle nuove povertà in cui vivono tanti fratelli.
Con il cuore e la mente attenta alla Parola, all’Eucaristia e alla Carità la parrocchia è sempre più capace di offrire proposte di seri cammini di santità – come strada ordinaria della vita del cristiano - ; di accogliere coraggiosamente un nuovo modo di accompagnare le persone alla celebrazione dei sacramenti attraverso l’itinerario della “iniziazione cristiana” dei fanciulli, dei così detti “ricomincianti” e di coloro che si convertono al cristianesimo; di accompagnare adeguatamente quanti nella comunità cristiana vogliono approfondire seriamente “le ragioni della propria speranza” ( ad es. con la catechesi per giovani e adulti e con i centri di ascolto della Parola di Dio); di centrare sulla celebrazione del Giorno del Signore l’intera vita comunitaria.
A tutto ciò va aggiunto il fatto che la parrocchia può sempre costituire un punto strategico di osservazione e di contatto con la realtà: essa può arrivare “là dove spesso altri non sono in grado di giungere, capace di visitare ogni persona in modo diretto, bussando alla sua porta, interpellandola singolarmente”. A questo modo la parrocchia può essere ancora quel principio di costruzione dell’identità cristiana dentro uno spazio sociale, capace di inserirsi in un sistema di relazioni che struttura la società locale, modificandone i legami e creandone di nuovi, rendendo visibile il cristianesimo in quel luogo, “abitando” il quotidiano nelle sue varie espressioni, come la scuola, il tempo libero, la salute e il lavoro.Tutto ciò per stimolare il senso di appartenenza alla propria comunità e per far sorgere la voglia e l’impegno necessari per la costituzione in ogni parrocchia del Consiglio Pastorale a fianco dell’obbligatorio Consiglio per gli Affari Economici. 
4. Il Presbiterio
Il nostro presbiterio diocesano si compone attualmente di circa un centinaio di presbiteri incardinati in diocesi, di cui meno di 80 in servizio effettivo nei vari compiti pastorali. Se l’età media del clero è assai giovane rispetto alla media di altre chiese locali, non ottimale è la sua distribuzione sul territorio diocesano. Ad un impegno personale assai notevole e generoso dei singoli sacerdoti non sempre è facile associare lo stile “dell’essere e del pensare insieme”. Per vivere la comunione in modo pieno vanno ricercate con onestà e sincerità le motivazioni profonde e spirituali di questa carenza, tenendo conto che questo non accade necessariamente per cattiva volontà o per un rifiuto preconcetto, ma spesso per differenze di formazione e di provenienza che a volte fanno sì che neppure ci si conosca gli uni gli altri. Non è da dimenticare che è solo da circa due anni che la Santa Sede ha unito alla diocesi di Tivoli gran parte del territorio dell’Abbazia di Subiaco. Ciò chiede ai presbiteri un grande impegno di affiatamento che non può che essere frutto di conoscenza reciproca e di disponibilità ad incontrarsi spesso e non soltanto in occasioni ufficiali, ma anche in momenti informali non escluse le visite personali e gli incontri di fraterna convivialità.Una maggiore omogeneità nel clero è poi sicuramente frutto di un rinnovato impegno nella formazione permanente spirituale, culturale e pastorale, attraverso tutta una serie di iniziative come ad esempio, oltre ai ritiri mensili, l’aggiornamento culturale e teologico, gli esercizi spirituali, incontri specifici per i giovani sacerdoti, di cui dovrà farsi garante in modo particolare, insieme al Vescovo, il Consiglio Presbiterale.La crescita nella comunione diventa per il presbiterio garanzia per un impegno maggiore nel ministero che gli è proprio di costruzione della comunità cristiana; infatti dove l’individualismo viene sconfitto, non può che crescere la consapevolezza dell’appartenenza all’unico presbiterio che riflette e agisce insieme nell’ottica di un medesimo cammino di chiesa con un necessario riflesso sulle singole comunità cristiane che non possono non risentire dello stile di vita dei loro pastori.Un rinnovato impegno dovrà essere dedicato da tutti e dai presbiteri in particolare, ad un forte rilancio della pastorale vocazionale che prenda le mosse dalla consapevolezza della universale chiamata alla santità e che punti in modo specifico alla vocazione al sacerdozio e alla vita consacrata, sviluppando tutta una serie di iniziative di preghiera come quella del “monastero invisibile”, di settimane e giornate vocazionali nelle parrocchie, specie attraverso il servizio svolto dal Centro Diocesano Vocazioni.Nella nostra diocesi manca il Seminario. Una assenza che fa molto pensare e che deve seriamente preoccuparci: non ci si può “rassegnare” a questa situazione come fosse un dato di fatto ineluttabile! Una “rassegnazione” che è possibile vincere con un più forte spirito di fede e attraverso quel paziente, amorevole e paterno accompagnamento da parte dei sacerdoti nei confronti dei giovani che si esercita soprattutto con la direzione spirituale e con veri e propri itinerari di discernimento vocazionale per i giovani delle nostre comunità.Si tratta di una sfida che non possiamo assolutamente disattendere: si tratterebbe di un vero e proprio tradimento nei confronti della grazia di Dio che chiede sempre la nostra collaborazione perché i suoi appelli abbiamo risposte generose.
E, infine, c’è sicuramente bisogno che proprio noi, sacerdoti, rinverdiamo l’amore della nostra chiamata. A volte, la solitudine, la fatica del quotidiano stressante e problematico, la non risposta all’impegno profuso nell’azione pastorale, sono condizioni che portano facilmente all’affievolimento dell’entusiasmo e ad una freddezza spirituale che si traducono poi in prese di distanza e in un autoisolamento. Parafrasando il messaggio rivolto in Apocalisse (2,1-7) all’angelo della Chiesa di Efeso, con semplicità di cuore dovremmo sempre di nuovo far nostro l’invito del Signore a “ritornare” con gioia all’amore e all’entusiasmo del primo momento in cui abbiamo detto il nostro “sì” a Gesù che ci chiamava a seguirlo. 
5. Il laicato
All’interno del popolo di Dio il ruolo e il ministero del laico non può essere pensato come mero esecutore di scelte compiute altrove. Ognuno ha dei doni, ciascuno ha un compito e solo quando tutti i doni interagiscono e tutti i compiti vengono svolti da chi ne ha la capacità si ha la piena armonia del corpo di Cristo che è la Chiesa.Ogni battezzato ha il compito di annunciare il vangelo della salvezza e di estendere ovunque la catena della trasmissione della fede; e non soltanto nelle forme più usuali, come attraverso la catechesi parrocchiale e gli itinerari di iniziazione cristiana, ma anche in quelle forme del vivere sociale, oggi più che mai bisognose di un nuovo annuncio del Vangelo. Basti pensare, per esempio, al mondo del lavoro e dell’imprenditoria, al mondo della politica e della comunicazione, al mondo della scuola e della sofferenza: ambiti nei quali l’opera del laicato, non solo è indispensabile, ma è ad essi tipicamente connaturata. Si tratta in fondo dei luoghi del vivere laicale, dove, insieme all’altro luogo fondamentale e primordiale che è la famiglia, si realizza la vocazione di ogni battezzato e la sua missione di costruttore della nuova civiltà dell’amore.
Per questo è quanto mai necessario favorire la crescita della formazione teologica e spirituale dei laici. E’ vero che ogni associazione, gruppo o movimento cura la formazione dei propri aderenti; è vero che ogni parrocchia si impegna e si sforza di offrire occasioni di formazione per i propri laici; ma è anche vero che la Diocesi stessa ha l’obbligo di offrire possibilità di formazione e non solo occasionali, ma continuate e ben articolate se vogliamo che i laici cristiani contribuiscano in maniera determinante alla evangelizzazione del nostro mondo.
Sarà dunque da lavorare per istituire una Scuola di Formazione Teologica in Diocesi, strumento necessario e per la crescita di laici consapevoli della propria fede, e per dare solide basi a quanti si rendono disponibili, ad esempio, per il servizio di ministri straordinari della Comunione, per i ministeri istituiti, per gli operatori della pastorale giovanile e familiare così come per una qualificazione sempre maggiore degli stessi catechisti. Una base teologica necessaria anche per chi svolge il prezioso servizio ai poveri nelle strutture promosse dalla Caritas diocesana e dalle Caritas parrocchiali.Tutto ciò potrà offrire un aiuto prezioso soprattutto a due dimensioni della pastorale che hanno bisogno di una attenzione tutta particolare, i giovani e la famiglia. Questa, infatti, è depositaria dell’amore di Dio, Uno e Trino, non solo a favore del proprio nucleo familiare, da cementare, da far crescere ed educare secondo il Vangelo, ma anche a favore della società, come vero e proprio soggetto evangelizzante. In questo modo la realtà giovanile potrà ritrovare nella famiglia e nella famiglia di famiglie che è la Chiesa, l’ambiente originario del proprio credere. 
6. La Vita Consacrata
In Diocesi abbiamo anche la grande ricchezza offerta dalla presenza di religiosi e di religiose di vita attiva e di vita contemplativa. Una ricchezza che qualche volta rischia di rimanere sottovalutata e non adeguatamente utilizzata per la evangelizzazione e la trasmissione della fede.
Una ricchezza che diventerà sempre più forte quanto più il carisma delle singole Congregazioni potrà mettersi al servizio della comunità cristiana e quanto più la comunità cristiana avrà attenzione per le peculiarità delle singole Congregazioni, con la disponibilità ad un aiuto reciproco sempre più fraterno.
Dall’incontro e dalla disponibilità a camminare insieme non potranno non sorgere aperture a nuove forme di collaborazione e a nuove esperienze di presenza della vita consacrata nel cammino pastorale della nostra Chiesa e ci si accorgerà sempre di più che la Vita consacrata vale soprattutto per quello che è e significa e non solo per i servizi che può svolgere.Il messaggio della Vita consacrata sarà forte e nitido, proprio nel suo essere segno delle realtà future e nel suo proclamare la forza trasformante della vita di comunione in comunità.
 
Il Vescovo
Animatore e responsabile primo della trasmissione della fede nella sua Chiesa è certamente il vescovo: egli è segno di unità ed è chiamato ad offrire nella sua persona l’immagine viva di Gesù buon pastore che conosce le sue pecorelle e le guida ai pascoli della vita nell’amore e nella fedeltà al Vangelo.Con il suo triplice compito di annunciatore della verità del vangelo, di santificatore con la grazia del Cristo e di guida sicura per il popolo che gli è stato affidato, esercita l’autorità trasmessa dal Cristo agli Apostoli in piena obbedienza alla volontà del Padre celeste.
Secondo l’insegnamento di Paolo apostolo a Timoteo e a Tito egli deve stimolare, correggere, riprendere, esortare con ogni sapienza e dottrina (cfr.1 Tm 4,12ss; Tt 1,5ss; 3,8ss). Strumento privilegiato per il suo servizio al Popolo di Dio è la Visita Pastorale, nonché il suo continuo pellegrinare di comunità in comunità per confermare i fratelli nella fede e rafforzarli nell’esercizio della vita cristiana.La sua sollecitudine non può fermarsi ai confini della sua diocesi, bensì deve essere rivolta verso “tutte le chiese” con una visione di servizio che si allarga fino a raggiungere, nella collegialità episcopale, gli estremi confini della terra.Fondamentale e di massima importanza è la relazione umana ed ecclesiale che il vescovo deve avere con i suoi sacerdoti e con tutti i fedeli laici per riuscire a garantire e a stimolare efficacemente la comunione e l’unità fra tutte le componenti del popolo cristiano. 
III . Prospettive di impegno
 
Dentro la nostra storia
Il luogo in cui oggi si manifesta la “grazia di Dio apportatrice di salvezza” (Tt 2,11) è il nostro mondo che contemporaneamente si mostra ostile e amico, chiuso e aperto alle provocazioni della grazia, che spesso è accogliente, ma che tante altre volte rifiuta l’accoglienza al Signore. Occorre sempre ricordare ciò che Gesù ha detto ai suoi: “Voi siete nel mondo, ma non siete del mondo”. Un mondo che Gesù vuole salvo. Per questa salvezza occorre che ci sia chi annuncia. “Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati?”(Rm 10,13-15).L’esempio dei profeti Geremia e Isaia, della Vergine Maria e degli Apostoli pone nel nostro cuore e sulla nostra bocca una parola: Eccomi, manda me!(cfr.Lc 1,38).Ciascuno al suo posto, ciascuno con il suo compito, tutti insieme nello stesso Amore per un unico fine: perché tutti abbiano la vita e l’abbiano in sovrabbondanza (cfr. Gv 20,31). 
Alcune indicazioni di metodo
Ciò che mi sembra assolutamente importante è che la nostra Chiesa tiburtina intraprenda una direzione di marcia comune e condivisa, lungo la quale l’intera comunità diocesana potrà e dovrà muoversi. Non si tratta, principalmente, di fare o di non fare alcune cose, ma piuttosto di instaurare uno stile pastorale di condivisione che riesca progressivamente ad armonizzare, indirizzare e unificare la pluriforme ricchezza di energie presenti in diocesi.
Alle parrocchie chiedo pertanto di riflettere e di completare questo itinerario, mettendo in gioco, sotto la guida dei parroci, miei primi collaboratori nell’esercizio del mio ministero episcopale, la loro creatività pastorale.
Agli Uffici di Curia chiedo la disponibilità a sostenere il cammino delle comunità parrocchiali, offrendo, senza sostituirsi o contrapporsi ad esse, proposte formative ed esperienze di comunione.
Alle Associazioni e Movimenti o Gruppi laicali chiedo di aderire con entusiasmo al cammino dell’intera comunità diocesana, portando ciascuno il proprio originale contributo.
Operativamente, le scelte pastorali sopra indicate dovranno informare anzitutto gli ambiti ordinari nei quali si svolge la vita ecclesiale e che sono sostanzialmente la evangelizzazione-catechesi, la liturgia e la carità. 
Evangelizzazione e catechesi
Se fino ad oggi parlando di annuncio di Gesù e del suo Vangelo si pensava sostanzialmente all’impegno di catechesi che occupa, specie per quanto riguarda i fanciulli, gran parte di tutta l’attività delle nostre parrocchie, attualmente, prima ancora di parlare di catechesi occorrerà parlare di primo annuncio e di evangelizzazione o comunque di ri-evangelizzazione.
Si tratta in realtà di una urgenza di cui, per molti versi, non siamo ancora consapevoli. E non soltanto nei confronti di persone che non hanno ancora ricevuto il battesimo, ma di cristiani anagrafici che di fatto sono del tutto digiuni di Vangelo e di fede cristiana. Una prassi ancora tutta da inventare, ma che ci interpella con grande urgenza, dal momento che sta crescendo sensibilmente il numero di adulti che chiedono il battesimo o che dopo essere stati battezzati non hanno mai avuto alcun rapporto con la vita ecclesiale e che magari, in occasione del matrimonio chiedono di completare quel cammino di iniziazione cristiana, che escluso il battesimo, non hanno mai cominciato. Per questo sarà indispensabile avviare quanto prima, su base diocesana, l’esperienza del catecumenato Se poi pensiamo alla catechesi ci accorgiamo che è essenziale e non più rimandabile il passaggio da un approccio di tipo scolastico, ad uno di tipo vocazionale. La catechesi infatti, non può ridursi ad un mero apprendimento intellettuale di contenuti teologici in relazione alla celebrazione di un sacramento. Essa è molto di più: deve essere o ritornare ad essere vera e propria scuola di vita cristiana ; profonda esperienza di fede ed autentico catecumenato ecclesiale che aiuti i credenti a discernere la volontà di Dio per la loro vita.
Sarà pure utile che si giunga a modalità più omogenee e condivise negli itinerari catechistici proposti dalle nostre parrocchie specie per i sacramenti della iniziazione cristiana; e questo sarà possibile sulla base di una verifica di come attualmente la catechesi si svolge nelle nostre comunità, perché solo una conoscenza puntuale di ciò che già esiste può consentire la messa in opera di vere e proprie norme diocesane.
Una forma particolare di catechesi che merita particolare attenzione è quell’esperienza di contatto orante con la Parola di Dio che la tradizione monastica ha chiamato Lectio divina. La Parola di Dio, letta, meditata, contemplata e pregata è nutrimento essenziale per il discepolo di Gesù. Dalla forza che ne promana trae vigore ogni nostro progetto. La confidenza con la Parola deve pertanto diventare esigenza per i singoli e per le nostre comunità permettendo un sempre più ampio sviluppo dei Centri di Ascolto della Parola di Dio soprattutto nelle famiglie. Tutto questo non potrà non avere riferimento nell’Ufficio Catechistico diocesano, chiamato ad allargare sempre più il proprio sguardo e il proprio impegno dalla catechesi verso l’evangelizzazione e dalla scuola verso la pastorale scolastica. 
La Liturgia
Il momento della celebrazione liturgica è come l’anima di ogni itinerario ecclesiale: la Liturgia infatti non è solo un rito, ma celebrazione del Mistero del Dio con noi. “Ci sembra pertanto fondamentale ribadire che la comunità cristiana potrà essere una Comunità di servi del Signore soltanto se custodirà la centralità della domenica, “giorno fatto dal Signore” (Sal 118,24) “Pasqua settimanale”, con al centro la celebrazione dell’Eucaristia”(Cfr CEI, Comunicare il vangelo in un mondo che cambia, 47). Dovremo perciò prestare una sempre maggiore attenzione a che le nostre assemblee liturgiche facciano trasparire il Mistero che celebrano.Tutto ciò potrà avvenire se le nostre celebrazioni saranno davvero ben preparate, calde e non improvvisate; in una parola: belle! Un impegno particolare riguarda il celebrante: se abbiamo cura di rendere davvero significativi i gesti che compiamo, non trascurando una vera e propria catechesi liturgica, perché per i nostri fedeli possa di nuovo essere espressivo il linguaggio dei segni e dei simboli liturgici, ogni celebrazione non potrà che essere il “biglietto da visita” di una Chiesa capace di trasparenza di Dio e del suo Mistero di salvezza.Analogo impegno è richiesto ad ogni fedele per una partecipazione attiva, piena e fruttuosa alle celebrazioni liturgiche, perché queste siano per ciascuno e per l’intera comunità vere esperienze di incontro con il Signore che viene.L’Ufficio liturgico diocesano potrà svolgere un notevole servizio a questo proposito: dalla cura della esemplarità delle celebrazioni diocesane non potranno che sentirsi incoraggiate le comunità parrocchiali; ministri istituiti e ministri straordinari dell’Eucaristia potranno trovare un sostegno per il loro servizio e una ricorrente proposta di formazione spirituale e liturgica; ministranti e corali parrocchiali potranno anch’essi avere a disposizione aiuto nella crescita del proprio servizio. 
La carità
Anche per questo ambito il nostro cammino pastorale esige scelte coraggiose e innovative. Davvero, ogni giorno di più, ci rendiamo conto di quanto siano vere le parole di Gesù “I poveri li avrete sempre con voi!”. Poveri, privi di lavoro, di casa, di amicizia, di cultura e di fraterna attenzione; poveri, bisognosi di umanità, di dignità e di fede; poveri, affamati di pane e più ancora di speranza e di cibo spirituale. Poveri che rivelano nuove e inedite povertà che stanno sempre più prendendo corpo anche nelle nostre comunità e sul nostro territorio; basti pensare al disagio giovanile, alla disoccupazione e alle necessità dei numerosi immigrati.Di fronte a tutte queste sollecitazioni non è affatto accettabile che ci si senta tranquilli perché in diocesi esiste la Caritas diocesana o varie Caritas parrocchiali, quasi fossero le “delegate” per questi problemi. Certamente la Caritas diocesana dovrà farsi carico in modo tutto speciale della riflessione e della proposta di interventi per stimolare la comunità ecclesiale e la società civile circa i problemi della povertà, sempre però ricordando che l’ esercizio della carità non è mai delegabile a qualcuno perché è connotazione essenziale della identità cristiana di ogni discepolo del Vangelo e della comunità ecclesiale in quanto tale.Una formazione sempre più attenta e mirata, una esperienza di servizio condiviso ad ampio raggio indurrà certamente un coinvolgimento sempre più largo di persone e di comunità che potrà così tradursi in qualche “segno” concreto quale risposta alle domande che si alzano drammaticamente dal bisogno e dalla sofferenza di tanti fratelli e in uno stile di vita più sobrio all’insegna della solidarietà e della condivisione.Uno stile di vita sobrio che potrà pure diventare testimonianza di attenzione e di rispetto verso il creato favorendo così la crescita del senso di responsabilità verso le future generazioni.
 
3. Per la continuazione del lavoro
 
Catechesi, Liturgia e Carità attraversano e sostengono ogni settore della vita pastorale e non possono mai essere considerate in maniera solo episodica o frammentaria, né tanto meno diventare una specie di attività appaltata a qualche cultore appassionato. Esse interagiscono tra loro, si richiamano a vicenda e si completano reciprocamente in qualunque ambito della vita ecclesiale, perché sempre c’è bisogno di annuncio e di catechesi e ciò che viene accolto nella fede chiede di essere celebrato all’altare del Signore nella comunità dei fratelli e tradotto nella vita di ogni giorno con la testimonianza della carità.Ed ecco allora uno stile pastorale che nei vari ambiti cura l’annuncio, si preoccupa della crescita nella conoscenza della fede, conduce nella preghiera alla celebrazione della liturgia che poi diventa infine celebrazione quotidiana nella vita, nella professione, nel lavoro, nel tempo libero, nelle gioie e nelle difficoltà di ogni giorno. Durante questo mio primo anno di ministero episcopale a Tivoli ho avuto la gioia di poter riscontrare in diocesi grandi potenzialità e ricchezze inattese. Basti pensare alle risposte suscitate dalle proposte fatte ai giovani dal servizio di Pastorale giovanile o alla vivacità degli incontri che ho avuto la gioia di vivere con i catechisti, gli insegnanti di religione, gli operatori di pastorale familiare, i partecipanti alla esperienza della missione permanente, i priori delle confraternite, i lavoratori con la celebrazione dell’Eucaristia in vari luoghi di lavoro, gli studenti e il mondo della sofferenza e della salute. Ambiti molto diversi tra di loro, ma nei quali ho percepito la stessa disponibilità all’ascolto e un notevole interesse a vivere una forte esperienza di Chiesa o comunque a relazionarsi più strettamente con essa. Atteggiamenti che incoraggiano e sostengono l’impegno a lavorare in questi vari ambiti con passione, con tenacia ed entusiasmo rinnovato. 
Pastorale giovanile
L’esperienza vissuta in questo mio primo anno di ministero episcopale dovrà sicuramente consolidarsi con una struttura di servizio stabile e attraverso un coinvolgimento più capillare nelle singole zone della diocesi. Non solo dovrà funzionare meglio il “passa parola”, ma avremo bisogno di imparare ancora di più a lavorare insieme con uno sguardo che sappia abbracciare contemporaneamente le proposte forti di eventi e di esperienze comunitarie a livello diocesano o zonale e la formazione che necessariamente deve compiersi nelle parrocchie e nei vari gruppi giovanili.E’ bene infatti ricordare che le attività diocesane non sono mai sostitutive delle attività che si svolgono nelle singole comunità, anche se è vero che solo attraverso esperienze comuni rivolte a tutti i giovani della diocesi e quindi appartenenti alle diverse parrocchie, associazioni e movimenti è possibile sviluppare la consapevolezza dell’appartenenza all’unica Chiesa particolare che nel Vescovo ha il suo centro e il segno visibile di unità.Tutto ciò esigerà da parte del Servizio diocesano di Pastorale giovanile uno sforzo e un impegno non indifferente per offrire ai vari gruppi giovanili disseminati in diocesi quel supporto e quell’aiuto necessario che consenta loro di essere sostenuti negli itinerari di formazione e nella animazione giovanile che non può essere ridotta solo ai “grandi eventi” diocesani, ma che deve essere la “normalità” della sequela nei confronti di Gesù e del suo Vangelo.Per questo occorrono persone di buona volontà, giovani e adulti, che si rendano disponibili a questo servizio diocesano, spesso ingrato e faticoso, ma estremamente prezioso per la crescita del senso di appartenenza dei giovani alla nostra chiesa particolare.
 
Esperienze educative, scuola e cultura
Già da tempo, nella chiesa italiana, si parla e si lavora per un progetto culturale che sia in grado di innervare cristianamente una cultura che sembra aver smarrito quelle coordinate evangeliche che l’ hanno generata e alimentata lungo i secoli.Proprio per questo i luoghi della cultura debbono essere oggetto di una particolare attenzione da parte della comunità ecclesiale, a partire dalla scuola. Una attenzione che non può limitarsi alla cura e alla formazione degli insegnanti di Religione Cattolica, che debbono poter contare su proposte formative che li aiutino nella loro crescita spirituale e su corsi di aggiornamento che li qualifichino ulteriormente sul piano professionale, ma che deve svilupparsi sempre più come vera e propria passione per un “universo” che dal mondo della scuola si allarga fino ad abbracciare molteplici attività culturali, che spaziano dalla letteratura all’arte, dalle espressioni della tradizione popolare alle associazioni culturali ormai diffuse anche in molti piccoli paesi della nostra montagna. A questo proposito è da favorire la nascita o la rinascita di associazioni professionali e di categoria che sostengano, ad esempio, la formazione e l’azione degli insegnanti e dei professori cattolici e che li aiutino a promuovere la presenza cristiana nel mondo della scuola e della cultura in genere.Come già accennato più sopra, occorrerà investire energie e impegno nel far nascere una vera e propria pastorale scolastica che abbracci tutto il mondo delle nostre scuole, che promuova la crescita dei rapporti ecclesiali, a tutti i livelli, con quanti lavorano nell’istruzione e con gli studenti stessi, attraverso forme stabili di contatto e di animazione cristiana.E’ ovvio che tutto questo chiede non soltanto l’individuazione di qualche cireneo che porti il peso di queste iniziative, ma soprattutto la riflessione e la collaborazione fattiva dei vari uffici della Curia per individuare strategie ed offrire sostegno a quanti si renderanno disponibili a servire la crescita di fede delle persone che vivono in questi mondi.Il tema della cultura richiama quello della educazione e della formazione delle persone, soprattutto dei giovani. Tema oltremodo scomodo e difficile, ma non più rimandabile. Quali sono le esperienze più significative che sono in atto nella nostra Chiesa? Chi se ne sta facendo carico? Ritengo che l’Azione Cattolica diocesana possa fare molto in questo senso, soprattutto se riserverà una attenzione specifica e investirà le sue energie nella formazione di educatori che con vero spirito apostolico si impegnino a portare avanti nelle associazioni parrocchiali autentici progetti educativi calibrati a misura delle varie situazioni di vita sia per i giovani che per gli adulti.Per tutto questo, come per ogni altra proposta pastorale, c’è bisogno di strumenti che veicolino all’interno della comunità cristiana e diffondano all’esterno di essa, comunicazioni e notizie. Abbiamo a disposizione uno strumento prezioso che è Lazio Sette, inserto domenicale di Avvenire, un piccolo strumento, che costa fatica a chi da sempre lo sta portando avanti con sacrificio ed amore; che costituisce pure un onere per le parrocchie e per la diocesi, ma che è decisamente e ingiustamente sottostimato, sottoutilizzato e da molti del tutto sconosciuto. Credo che basterebbe un po’ più di buona volontà e di intelligenza d’amore da parte di tutti, per farlo diventare quello che vuole e deve essere: la voce della nostra Chiesa tiburtina. 
Famiglia e problematiche ad essa collegate
Educazione e formazione non possono prescindere dal riferimento alla famiglia, la quale è la cellula di base per quell’organismo vivente che è la chiesa nella società, chiesa e società intese ugualmente come famiglia di famiglie.E alla famiglia dovremo offrire ogni possibile attenzione e aiuto anche perché proprio essa si trova attualmente al centro di un vero e proprio disegno teso a scardinarla e a distruggerla nella sua più autentica identità e non solo sul piano dei comportamenti, ma anche sul piano del diritto; basti pensare a quanti statuti regionali in Italia hanno equiparato la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna a tutta una serie di possibili unioni di fatto.
Sostegno e aiuto che debbono esprimersi prima di tutto con l’attivazione di percorsi di preparazione al matrimonio che possano diventare un serio preludio ad una pastorale familiare che tenda ad abbracciare le varie stagioni della vita e le varie necessità che la famiglia si trova ad affrontare.Una prima meta che propongo a tutta la diocesi è quella di armonizzare la preparazione al matrimonio che si svolge abitualmente nelle varie zone in modo che i cosiddetti “corsi” possano diventare dei veri “percorsi”, in cui insieme ad una visione chiara e puntuale del matrimonio cristiano, venga pure offerta la possibilità di riappropriarsi in maniera adulta e matura della propria fede rimasta molto spesso legata all’esperienza della infanzia e dell’adolescenza. Percorsi in cui soprattutto si possa fare esperienza di Chiesa grazie al servizio di accompagnamento svolto da coppie di sposi che insieme al sacerdote offrano ai giovani che chiedono il matrimonio il segno della disponibilità e della accoglienza della intera comunità ecclesiale. Grazie a queste coppie di sposi non sarà impossibile attivare l’esperienza di “gruppi famiglia” che soprattutto nei primi anni di matrimonio possono costituire per le giovani coppie un punto di riferimento prezioso specie nei momenti di difficoltà e di crisi.Formazione di operatori di pastorale familiare, attività di sostegno per le famiglie nella loro responsabilità educativa, proposte di vita spirituale, festa diocesana della famiglia, percorsi di fede con i separati e i divorziati, tutto questo potrà essere attivato a misura della crescita della collaborazione da parte di persone, di coppie e di famiglie che si rendano disponibili a servire la causa della famiglia nell’Ufficio diocesano per la pastorale familiare; così come potrà crescere l’attenzione e l’aiuto alla Vita con maggiori disponibilità a servire nei Centri di Aiuti alla Vita presenti in diocesi.Oltre a questo, non voglio dimenticare l’iniziativa in atto da parte della “Fondazione Beltrame Quattrocchi per la famiglia” del censimento diocesano delle risorse e delle opportunità a favore della famiglia: un’opera che raccomando di nuovo e fortemente a tutti. 
Pastorale della salute
Ospedali, Case di Cura, Residenze per anziani, sono una realtà assai significativa nel panorama diocesano alla quale occorre offrire una rinnovata attenzione per non rischiare di limitarci a garantire una assistenza religiosa senza però che questi ambienti di sofferenza e di dolore vengano percepiti come “luoghi di vita” che interpellano l’ intera comunità ecclesiale.Ciò comporterà la realizzazione di un coordinamento diocesano per la pastorale della salute per una sempre migliore offerta di un servizio pastorale in cui siano coinvolte le varie componenti del popolo di Dio con vere e proprie “Cappellanie” in cui sacerdoti, religiose e laici possano offrire la testimonianza della partecipazione di tutta la compagine ecclesiale al servizio del Cristo sofferente e crocifisso in chi soffre per la malattia o per l’ anzianità. 
Mondo del lavoro e politica
Molto spesso la chiesa è stata sentita o come troppo lontana dalle cose sociali e in particolare dal mondo del lavoro, o troppo coinvolta nel manovrare le leve del potere, soprattutto nel campo della politica, con accuse più o meno strumentali e non di rado filtrate attraverso precomprensioni ideologiche.
Dovere della Chiesa in ogni tempo è quello di annunciare il Signore Gesù all’uomo qualunque sia la sua condizione sociale o politica e ovunque egli viva ed operi, rispettando le legittime autonomie e facendosi solidale soprattutto con chi più è gravato dal peso della vita. Ed è sempre alla persona che va rivolta la nostra attenzione: la persona che lavora, che si impegna nel sindacato, che porta la responsabilità della guida e della gestione del lavoro degli altri nelle varie forme di imprenditoria; la persona che si impegna nel servizio del bene comune nella gestione della cosa pubblica.La Chiesa non ha ricette da dare per risolvere tecnicamente i molti problemi che continuamente si pongono, ma “esperta in umanità” come essa è, e ricca della parola di salvezza del Vangelo, mette a disposizione di tutti il suo tesoro prezioso perché possano essere perseguite le strade del rispetto dell’uomo, della salvaguardia della sua dignità, della pienezza della sua realizzazione temporale ed eterna, della realizzazione non solo del bene della persona, ma anche del vero bene comune.L’Ufficio per la pastorale sociale e del lavoro è sicuramente un punto di riferimento per varie realtà del mondo del lavoro dell’area tiburtina, grazie a varie iniziative portate avanti in questi anni che hanno visto catechesi e celebrazioni eucaristiche in fabbrica e in vari posti di lavoro e convegni che hanno avuto una notevole partecipazione di lavoratori. Non mancherà sicuramente una ulteriore crescita grazie anche ad una maggiore interazione con le altre strutture di servizio diocesano e con associazioni, come l’UCID, presenti in diocesi. 
Spiritualità
Senza una crescita della vita spirituale dei singoli membri del popolo di Dio non si può certo sperare nella crescita della intera comunità ecclesiale. Spiritualità che significa “vita nello Spirito” e cioè vita che accoglie in pienezza quanto lo Spirito Santo vuol operare in ciascuno con la grazia del Cristo. Vita spirituale che nasce con il battesimo e si alimenta nella preghiera e nella celebrazione dell’Eucaristia soprattutto nel giorno del Signore; che si esprime nel servizio di carità verso i fratelli; che si diffonde e si irradia a misura della comunione fraterna e che si apre all’apostolato e alla testimonianza di Cristo nella vita di ogni giorno.Per sostenere tutto questo non dovranno mancare esperienze forti di spiritualità come esercizi spirituali, missioni parrocchiali, e soprattutto una sempre più profonda iniziazione alla meditazione della parola di Dio e alla adorazione dell’Eucaristia sia personale che comunitaria, perché solo attraverso una preghiera perseverante e profonda è possibile ricevere dal Signore il dono di grazia che siamo poi chiamati a trasmettere ai fratelli. 
4. Conclusione
Quanto evidenziato fin qui non ha la pretesa di esaurire tutti gli aspetti della vita pastorale della nostra diocesi attraverso i quali deve compiersi l’annuncio di Cristo e del suo Vangelo. Basti pensare al lavoro che già è stato fatto per stabilire relazioni fraterne con gli altri cristiani non cattolici che vivono nel nostro territorio e per lo sviluppo di rapporti ecumenici improntati a vera fraternità, che hanno portato ad ospitare per la celebrazione della liturgia domenicale nella chiesa di San Pietro alla Carità in Tivoli gli ortodossi rumeni; oppure tutto il lavoro che è stato fatto nei confronti della accoglienza di vari gruppi etnici di stranieri presenti in zona grazie al lavoro dell’Ufficio diocesano per la pastorale delle migrazioni.
In realtà ci troviamo di fronte a sempre nuove realtà che continuamente si affacciano sullo scenario della vita quotidiana: tutto questo reclama attenzioni mirate e scelte pastorali adeguate alle varie situazioni, perché sempre e comunque il Signore Gesù possa essere annunciato a tutti e diventare, nella fede, l’ospite gradito in ogni casa.
Si tratta dunque di tradurre queste indicazioni nella concretezza dei vari ambiti di vita. Un lavoro che affido all’intera nostra Chiesa in tutte le sue componenti e in ciascuna delle sue articolazioni. Ciò comporterà sicuramente impegno e fatica, ma sono convinto che non mancherà la grazia del Signore e la luce dello Spirito Santo a sostegno di una generosità, che anche soltanto in questo primo anno del mio ministero episcopale, ho potuto sperimentare abbondante e nel clero e nel laicato.
La Vergine Maria, tanto venerata in ogni comunità della nostra Diocesi e che celebreremo nel 2005, in modo speciale, sotto il titolo di Madonna di Quintiliolo, ci accompagni maternamente, e metta sulle nostre labbra e nel nostro cuore il suo “Eccomi” perché anche oggi, per tutti noi e per il mondo intero, si compia la Parola del Signore che è gioia e salvezza d’amore.
 Ed è proprio a Maria che affido l’efficacia del nostro impegno pastorale, innalzando a Lei con fiducia filiale l’invocazione e la preghiera della nostra fede: 
Vergine Santa, Madre di Dio e Madre nostra,
invocata da secoli dalle Genti tiburtine
con il titolo di Madonna di Quintiliolo:
a te ci rivolgiamo con amore di figli.
Tu hai accolto nel tuo cuore, in pienezza di fede,
la Parola eterna di Dio che nel tuo seno si è fatta carne
ed hai generato al mondo il Salvatore, Gesù Cristo,
che sulla croce ci ha affidati a te
perché tu ci accompagni come Madre amabile
nel cammino della vita.
Nella fragilità della nostra fede:
suscita in noi piena fiducia nella potenza d’amore del tuo Gesù;nella debolezza della nostra speranza:
insegnaci a sperare sempre nella bontà misericordiosa del Padre;
nella povertà del nostro amore:
donaci un cuore grande come il tuo
perché la carità sia la testimonianza costante
del nostro vivere e del nostro operare.
Madre di Gesù e Madre nostra,
benedici le nostre famiglie, le nostre comunità, la chiesa e tutto il popolo tiburtino;
chiedi per noi a Gesù l’abbondanza della sua graziaperché camminando sulla via del Vangelo,
possiamo diventarne gli annunciatori convinti e i testimoni credibili
per giungere con te e con ogni uomo alla gloria del Regno. Amen.
 
 
Tivoli, 15 agosto 2004, solennità dell’Assunzione di Maria al cielo.  
+ Giovanni Paolo Benotto
Vescovo